Perché dopo una giornata di call non hai più voglia di parlare con nessuno
Puoi avere ancora energia per fare altro, ma non per un’altra conversazione.
Chiudi l'ultima call della giornata.
Non sei necessariamente distrutto.
Potresti ancora avere voglia di cucinare, fare una passeggiata, leggere qualcosa o occuparti di un'attività tranquilla.
Poi squilla il telefono.
È una persona a cui vuoi bene.
E il primo pensiero è:
"Non voglio più parlare con nessuno."
A quel punto potresti sentirti persino in colpa.
In fondo hai passato buona parte della giornata seduto davanti a un computer.
Non hai fatto un lavoro fisicamente pesante.
Magari hai lavorato quattro o cinque ore, non dieci.
Eppure l'idea di affrontare un'altra conversazione ti pesa.
Il punto è che stiamo mettendo nello stesso contenitore due cose diverse:
essere stanchi e non avere più disponibilità relazionale.
Puoi avere ancora energia per alcune attività e non averne più per ascoltare, rispondere, spiegare, decidere o semplicemente stare in relazione con un'altra persona.
Capire questa differenza può cambiare il modo in cui interpreti ciò che ti succede a fine giornata.
Una call non occupa soltanto il tempo indicato sul calendario
Sul calendario una call dalle 15 alle 16 occupa sessanta minuti.
Questo dato però racconta soltanto la durata.
Non racconta cosa ti viene richiesto durante quell'ora.
In una conversazione professionale potresti dover ascoltare con attenzione, comprendere cosa vuole davvero l'altra persona, formulare una risposta, osservare le sue reazioni, prendere decisioni, ricordare informazioni, risolvere un problema e contemporaneamente gestire il modo in cui comunichi.
Se lavori come coach, counselor, consulente o in una professione basata sulla relazione, può esserci un elemento ulteriore: devi rimanere presente a ciò che l'altra persona porta nella conversazione.
Non significa che ogni call sia necessariamente faticosa.
Una conversazione interessante può essere piacevole e persino energizzante.
Una call breve con una persona con cui ti trovi bene può avere un impatto molto diverso da una conversazione complessa in cui devi gestire richieste, incomprensioni o decisioni delicate.
Ed è proprio questo il punto.
Due ore di call non sono necessariamente due ore uguali.
Il numero sul calendario non descrive da solo il carico dell'interazione.
La stanchezza non è una quantità unica
Quando diciamo "sono stanco", sembra quasi che esista un unico serbatoio di energia.
O è pieno oppure è vuoto.
La nostra esperienza quotidiana è spesso più sfumata.
Potresti non avere più voglia di parlare con nessuno e avere ancora energie per sistemare casa.
Potresti non riuscire a sostenere un'altra call, ma avere voglia di fare una lunga passeggiata.
Potresti non voler rispondere a un messaggio vocale, ma riuscire tranquillamente a concentrarti su un libro.
Se fosse soltanto una questione di "energia finita", queste differenze sarebbero difficili da spiegare.
Può essere più utile chiederti:
per che cosa non ho più energia?
Forse non sei completamente scarico.
Forse, in quel momento, sei saturo di un particolare tipo di richiesta.
Nel caso di una giornata piena di call, potrebbe essere proprio la relazione con altre persone.
Cosa ti viene richiesto quando sei in relazione
Parlare con qualcuno non significa soltanto produrre parole.
Mentre l'altra persona parla, stai continuamente elaborando informazioni.
Cerchi di capire cosa intende.
Decidi cosa è importante.
Valuti quando intervenire.
Modifichi ciò che stavi per dire sulla base della sua risposta.
A volte interpreti anche il tono, le pause, le espressioni del viso o ciò che non viene detto direttamente.
In una call di lavoro possono aggiungersi altre richieste.
Devi apparire presente.
Devi mantenere il filo.
Potresti dover prendere appunti.
Potresti controllare informazioni mentre ascolti.
Potresti passare rapidamente da una conversazione a un'altra con persone completamente diverse.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, dimostra che una videochiamata debba stancarti.
La ricerca sulla cosiddetta videoconference fatigue è infatti meno semplice di quanto spesso venga raccontato.
Uno studio del 2023 ha trovato associazioni tra incontri più lunghi e frequenti e maggiore affaticamento, mentre una ricerca del 2025 non ha trovato un effetto generale per cui ogni videomeeting sarebbe di per sé esauriente.
Durata, frequenza, caratteristiche dell'incontro e modo in cui viene vissuto sembrano avere importanza.
La domanda utile quindi non è:
"Le call fanno male?"
Ma:
"Quali call richiedono di più a me?"
Il problema può emergere soprattutto quando le call sono una dietro l'altra
Immagina due giornate.
Nella prima hai tre call da un'ora distribuite tra mattina e pomeriggio.
Tra una conversazione e l'altra hai tempo per scrivere, mangiare, uscire o semplicemente stare un po' in silenzio.
Nella seconda hai le stesse tre ore di call.
Ma sono consecutive.
Finisci con una persona e dopo cinque minuti ne entra un'altra.
Poi un'altra ancora.
Il totale è identico: tre ore.
L'esperienza può essere molto diversa.
Non necessariamente perché hai lavorato di più.
Semplicemente perché hai avuto meno possibilità di cambiare modalità.
Se per tre ore hai dovuto continuamente ascoltare, rispondere e stare in relazione, alla fine potresti desiderare esattamente l'opposto:
silenzio.
Poche richieste.
Nessuna risposta da formulare.
Nessuno che abbia bisogno della tua attenzione.
Questo bisogno non significa necessariamente che non ti piacciono le persone.
Potrebbe significare semplicemente che per qualche ora hai già utilizzato molto quella parte della tua attenzione.
"Ma sono stato solo quattro ore in call"
Qui può comparire il confronto.
Hai lavorato quattro ore.
Un'altra persona ne lavora otto.
E magari pensi:
"Come faccio a essere già così saturo?"
Ma stai confrontando quantità senza sapere se le attività sono confrontabili.
Un'ora trascorsa a correggere un documento da solo e un'ora passata in una conversazione difficile occupano lo stesso spazio sull'orologio.
Non necessariamente producono la stessa esperienza.
Lo stesso vale all'interno delle call.
Un incontro informale con un collaboratore con cui hai confidenza e una conversazione con un cliente arrabbiato durano entrambi sessanta minuti.
Ma sarebbe strano aspettarsi che abbiano necessariamente lo stesso impatto.
È per questo che misurare la giornata soltanto in ore può diventare fuorviante. Ne ho parlato anche nell’articolo sulla gestione del tempo per le persone altamente sensibili.
Non serve trasformare ogni attività in una formula matematica.
Basta smettere di considerare tutte le ore equivalenti.
E se sei una Persona Altamente Sensibile?
Qui bisogna evitare una scorciatoia.
Essere una Persona Altamente Sensibile non significa automaticamente che le call ti stanchino più degli altri.
E non significa che tu abbia una quantità inferiore di energia sociale.
La ricerca sulla Sensory Processing Sensitivity descrive piuttosto differenze nel modo in cui alcune persone rispondono agli stimoli e alle caratteristiche dell'ambiente.
Nel contesto lavorativo, uno studio condotto su 1.019 lavoratori dipendenti belgi ha osservato che alcune componenti della sensibilità amplificavano la relazione tra richieste lavorative ed esaurimento emotivo. Lo studio non riguarda freelance e non misura la stanchezza dopo le call.
Questo non permette di concludere:
"Sono PAS, quindi le conversazioni mi esauriscono."
Permette però di fare una domanda più precisa:
"Quali caratteristiche delle mie giornate mi richiedono più elaborazione, attenzione o adattamento?"
Se durante una call ti accorgi del tono dell'altra persona, delle esitazioni, delle espressioni del viso, dei cambiamenti nella conversazione e contemporaneamente continui a elaborare ciò che vuoi dire, può essere utile tenerne conto quando organizzi il resto della giornata.
Non come limite imposto dall'etichetta PAS.
Come informazione sul tuo funzionamento. Se vuoi partire dal quadro più ampio, ho scritto anche di persone altamente sensibili e lavoro freelance.
Non avere voglia di parlare non significa essere diventato asociale
C'è un'altra interpretazione che può comparire.
Finisci di lavorare e vuoi stare da solo.
Il partner vuole raccontarti la sua giornata.
Un amico ti telefona.
Arriva un messaggio vocale di cinque minuti.
E provi fastidio.
Subito dopo magari arriva anche il giudizio:
"Sono diventato asociale."
Oppure:
"Non dovrei sentirmi così con una persona a cui voglio bene."
Ma il desiderio di ridurre momentaneamente le interazioni non dice necessariamente qualcosa sulla qualità delle tue relazioni.
Può semplicemente descrivere il tuo stato in quel momento.
Questa distinzione è importante.
Non avere spazio per una conversazione adesso non significa non avere spazio per quella persona.
Puoi voler bene a qualcuno e non avere voglia di ascoltare un'altra voce alle 19 dopo sei conversazioni professionali.
Le due cose possono convivere.
Prima di cambiare tutta la tua agenda, osserva
Quando qualcosa ci pesa, la tentazione è trovare immediatamente una soluzione.
"Devo fare meno call."
"Devo lasciare mezz'ora tra una sessione e l'altra."
"Devo raggrupparle tutte in un giorno."
"Devo smettere di lavorare dopo le 17."
Alcune di queste scelte potrebbero effettivamente aiutarti.
Ma prima può essere utile raccogliere informazioni.
Per una settimana prova semplicemente a osservare cosa succede.
Non limitarti a contare quante call hai.
Guarda anche:
- quanto durano;
- quanto sono vicine tra loro;
- che tipo di conversazioni sono;
- se devi prendere molte decisioni;
- quanto devi ascoltare rispetto a parlare;
- cosa fai immediatamente prima e dopo;
- come ti senti quando finisci;
- di che cosa hai voglia nelle ore successive.
Potresti scoprire, per esempio, che tre call brevi non ti creano nessun problema.
Oppure che è la terza call consecutiva a pesarti.
Potresti accorgerti che le conversazioni con alcune persone ti richiedono molta più attenzione.
O ancora che il problema non sono le call, ma il fatto che subito dopo pretendi da te stesso di passare senza transizione a un'attività che richiede un altro tipo di concentrazione.
Prima di correggere il tuo modo di lavorare, può essere utile conoscerlo.
Non devi per forza recuperare facendo niente
C'è anche un equivoco sul recupero.
Se dopo una giornata di conversazioni non vuoi più parlare, potresti pensare di essere talmente stanco da dover restare immobile sul divano.
Ma forse non hai bisogno di smettere di fare qualsiasi cosa.
Potresti aver bisogno di fare qualcosa che ti chieda altro.
Una passeggiata.
Cucinare.
Allenarti.
Leggere.
Occuparti dell'orto.
Ascoltare musica.
Stare in silenzio.
Non perché queste attività siano universalmente rigeneranti.
Ma perché potrebbero non richiederti lo stesso tipo di presenza che hai utilizzato durante il lavoro.
Questo cambia la domanda.
Non più:
"Come faccio ad avere più energia?"
Ma:
"Di quale tipo di richiesta ho bisogno di avere meno, adesso?"
È una domanda molto più concreta.
Organizzare l'agenda significa anche considerare che presenza ti verrà richiesta
Quando pianifichi una giornata, è naturale guardare gli spazi disponibili.
Dalle 10 alle 11 posso mettere una call.
Dalle 11 alle 12 un'altra.
Alle 14 ne entra un'altra.
Tecnicamente tutto entra.
Ma entrare nel calendario non significa necessariamente entrare bene nella giornata.
Questo non vuol dire che devi costruire la settimana attorno a regole rigide.
Né che esista un numero corretto di call per una Persona Altamente Sensibile.
Il punto è un altro.
Puoi iniziare a considerare non soltanto:
"Quanto tempo ho?"
ma anche:
"Che tipo di presenza mi verrà richiesta?"
Forse scoprirai che puoi sostenere tranquillamente quattro call.
Forse preferisci farne due.
Forse il numero conta meno della distanza tra una e l'altra.
Forse alcune conversazioni ti lasciano con molta energia e altre richiedono più recupero.
Non serve arrivare a una regola universale.
Serve arrivare a una conoscenza più precisa di te.
Perché il tuo calendario dice quanto tempo hai occupato.
Non sempre ti dice come hai utilizzato la tua attenzione durante quel tempo.
E se alla fine di una giornata di call non hai più voglia di parlare con nessuno, prima di giudicarti puoi iniziare proprio da lì.
Non chiederti subito cosa c'è che non va.
Chiediti:
"Di che cosa sono saturo?"
La risposta potrebbe aiutarti a costruire giornate più coerenti con il tuo modo di funzionare.
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